Aggiornato il da Rita Moreira
Hai finito il disegno, e adesso comincia la parte che quasi nessuno racconta. Un ritratto a matita appeso male perde in due anni quello che ti è costato due settimane, e il colpevole non è la cornice: è il vetro appoggiato sopra e la luce che gli arriva addosso.
Qui trovi come si incornicia un disegno a matita in modo che duri, con il vocabolario giusto per chiederlo a un corniciaio senza sembrare sprovveduto, e con la parte tecnica spiegata a chi disegna invece che a chi vende cornici.
Come si incornicia un disegno a matita?
Un disegno a matita si incornicia con un passe-partout che lo tiene staccato dal vetro, un foglio senza acidi dietro e un pannello di chiusura. È questa distanza che conta più della cornice: la grafite appoggiata al vetro si trasferisce sul vetro, e l’umidità che condensa fa il resto.
Il nome tecnico di questo modo di montare è incorniciatura conservativa, ed è il termine che usano i corniciai italiani. Significa che ogni materiale a contatto con l’opera è scelto perché non la danneggi nel tempo, e che tutto il montaggio è reversibile: si può smontare senza lasciare traccia.
La differenza con una cornice normale non si vede il primo giorno. Si vede dopo cinque anni, quando un disegno montato male ha il bordo ingiallito, una macchia dove toccava il cartone e i grigi chiari che hanno perso profondità.
I cinque strati: cosa c’è dentro una cornice
Una cornice fatta bene è un sandwich, e ogni strato ha una funzione precisa. Se ne togli uno, qualcosa smette di essere protetto.
| Strato | A che cosa serve | Se manca |
|---|---|---|
| La cornice | Struttura e tenuta del tutto | Il montaggio si deforma |
| Il vetro | Barriera contro polvere e mani | La grafite si sfrega via |
| Il passe-partout | Stacca l’opera dal vetro | La grafite si trasferisce sul vetro |
| Il foglio anti-acido | Isola l’opera dal fondo | Il retro ingiallisce e macchia |
| Il pannello di fondo | Chiude e sostiene | Il foglio si imbarca |
L’ordine si legge dall’esterno verso l’interno, e la tua opera sta fra il passe-partout e il foglio anti-acido. Non incollata: fissata con due strisce di carta gommata neutra sul bordo superiore, così che il foglio possa dilatarsi con l’umidità senza ondularsi.
Questo è anche il motivo per cui si evita il nastro adesivo comune. Con gli anni ingiallisce, secca e lascia un residuo che non si toglie più dalla carta.
Il passe-partout: perché il disegno non deve toccare il vetro
Il passe-partout è il cartone con una finestra al centro che circonda l’opera, e il suo spessore è tutto il suo scopo: crea un’intercapedine d’aria fra la carta e il vetro.
Serve a tre cose insieme. Impedisce che la grafite, che resta polvere depositata sulla superficie, si trasferisca al vetro con il tempo e con l’attrito. Evita che la condensa che si forma sul vetro nelle notti fredde bagni direttamente il foglio. E, in modo meno tecnico ma non meno importante, dà all’occhio uno spazio di respiro prima del disegno.
Sulla parola vale una nota, perché in italiano si scrive in un modo solo. Il vocabolario Treccani registra passe-partout, con i trattini, dal francese e con la pronuncia «pas partù»: alla lettera, «passa dappertutto», perché il primo significato era la chiave che apre più serrature. Scriverlo tutto attaccato ti porta, in italiano, su un software gestionale che non c’entra nulla.
Sul materiale, il criterio è lo stesso della carta su cui disegni: cotone o pura cellulosa, senza lignina. Un passe-partout di cartone comune sembra identico il primo anno e dopo cinque lascia sul bordo dell’opera una riga bruna che segue esattamente il profilo della finestra.
Quale vetro scegliere
Il vetro è la voce che pesa di più sul preventivo e quella su cui si decide male più spesso, perché in negozio si guarda il prezzo e non la funzione.
| Tipo di vetro | Cosa fa | Quando ha senso |
|---|---|---|
| Vetro normale | Protegge, ma riflette molto | Disegni piccoli, poca luce |
| Vetro antiriflesso | Abbatte i riflessi | Pareti davanti a finestre |
| Vetro museale | Antiriflesso più filtro UV | Lavori a cui tieni davvero |
| Plexiglass | Leggero e infrangibile | Formati grandi, case con bambini |
Il vetro museale costa parecchio di più degli altri e non serve sempre. Ha senso su un ritratto di famiglia o su un lavoro che consideri finito e definitivo; non ha senso su uno studio che rifarai fra sei mesi.
Sul plexiglass c’è un avvertimento che riguarda proprio noi. È elettrostatico: attira la polvere e, su un disegno a carboncino o a grafite molto morbida, può letteralmente sollevare pulviscolo dalla superficie. Su lavori molto polverosi, meglio il vetro.
Che cosa rovina davvero un disegno
Non è il tempo: sono la luce, l’umidità e l’acidità, in quest’ordine. Un foglio tenuto al buio, asciutto e su materiali neutri attraversa decenni quasi senza cambiare.
La luce è la più aggressiva e la più sottovalutata, perché il danno è lento e non lo vedi accadere. Colpisce le fibre della carta prima ancora dei pigmenti, e in un disegno a grafite si manifesta come un ingiallimento del bianco che schiaccia tutti i chiari: il contrasto che avevi costruito si appiattisce senza che nulla sia sbiadito davvero.
Sull’argomento esistono in Italia due riferimenti che vale la pena conoscere, e che nessuna guida di corniciai cita. L’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro, del Ministero della Cultura, si occupa esattamente della conservazione del patrimonio su carta. E l’ICCROM, l’organizzazione intergovernativa per la conservazione dei beni culturali, ha sede a Roma e pubblica anche in italiano.
Da lì viene la regola pratica più utile che conosco, e non costa niente: nessuna parete esposta al sole diretto, mai. Un disegno appeso di fronte a una finestra a sud riceve in un anno più luce di quanta ne riceverebbe in dieci su una parete interna.
L’acidità: lo stesso criterio della carta su cui disegni
Chi sceglie con cura il foglio su cui disegna e poi lo monta su un cartone da imballaggio ha fatto metà del lavoro e ha buttato l’altra metà.
Il principio è identico nei due momenti. La lignina, che è la sostanza che rende gialli e fragili i fogli economici, agisce allo stesso modo se sta nella carta del disegno, nel passe-partout o nel pannello di fondo. E agisce per contatto: basta che un materiale acido tocchi il bordo dell’opera perché la traccia compaia lì.
Per questo, quando compri il supporto, la sigla sulla confezione non è marketing. Ne ho parlato scegliendo la carta in Fabriano F4 liscio o ruvido e nella guida generale ai supporti per il disegno a matita: le stesse parole che cerchi lì, senza acidi e senza lignina, sono quelle che devi chiedere al corniciaio.
Vale anche per il cartoncino Bristol e per gli altri supporti lisci di qualità, che proprio perché reggono decenni meritano un montaggio all’altezza: la scala completa è in cartoncino Bristol per il disegno a matita.
Fissare o non fissare prima di incorniciare
Sotto vetro la domanda cambia natura, e la risposta breve è che il vetro non sostituisce il fissativo ma ne riduce l’urgenza.
Il vetro protegge dallo sfregamento esterno, che è il pericolo principale di un disegno tenuto in cartella, e diventa il punto delicato quando il quadro viaggia: le regole per quel caso sono in come imballare e spedire un disegno. Non protegge però dal movimento interno: un foglio che si muove appena nel montaggio può lasciare pulviscolo di grafite sul passe-partout, e su un carboncino questo succede quasi sempre.
La regola che seguo è semplice: grafite dura e media sotto vetro, senza fissativo; grafite molto morbida e carboncino, fissativo leggero prima del montaggio. Il metodo, le distanze e gli errori tipici li ho raccolti in fissativo per disegni a matita.
Quanto margine lasciare intorno al disegno
La larghezza del passe-partout non è una questione di gusto: è quella che decide se il disegno respira o soffoca dentro la cornice. Un margine troppo stretto fa sembrare l’opera schiacciata contro il bordo; uno troppo largo la fa scomparire.
La proporzione che funziona quasi sempre parte dal lato corto dell’opera. Su un formato A4 un margine di sette o otto centimetri regge bene; su un A3 si sale a dieci o dodici. Sotto i cinque centimetri il passe-partout smette di funzionare visivamente e diventa solo un distanziatore.
Poi c’è l’aggiustamento ottico di cui parlavo, e vale la pena provarlo prima di crederci: dai al margine inferiore uno o due centimetri in più che agli altri tre. Guardando il quadro appeso all’altezza degli occhi, i quattro margini sembreranno uguali; se li fai davvero uguali, quello di sotto sembrerà più stretto e l’opera parrà scivolare in basso.
Un’ultima considerazione che riguarda i disegni molto contrastati. Un ritratto con fondi scuri profondi regge margini più ampi di uno tutto sui grigi chiari, perché il nero pieno tiene l’occhio al centro. Se il tuo lavoro vive di mezzitoni delicati, stringi un po’: troppo bianco intorno li sbiadisce ancora prima che lo faccia la luce.
Fai da te o corniciaio?
Il passe-partout tagliato in casa è possibile e quasi sempre deludente, per una ragione meccanica: la finestra si taglia a quarantacinque gradi, e quello smusso richiede un attrezzo dedicato che costa quanto diversi passe-partout fatti su misura.
Quello che invece ha senso fare da soli è tutto il resto. Scegliere il vetro, chiedere materiali senza acidi, decidere la larghezza del margine e fissare l’opera con carta gommata neutra sono decisioni tue, e sono quelle che determinano la durata.
E se stai incorniciando per regalare, la cornice fa parte del regalo più di quanto immagini: ne ho scritto parlando di regalare un ritratto.
Dove appendere il disegno, e dove no
Le pareti da evitare sono tre, e sono sempre le stesse: quelle esposte al sole diretto, quelle sopra un termosifone e quelle di bagni e cucine.
Il termosifone è il meno ovvio e il più dannoso, perché crea un flusso costante di aria calda e secca che sale proprio lungo la parete dove il quadro è appeso. La carta perde umidità, si contrae e nel giro di qualche stagione si imbarca dentro la cornice.
Bagni e cucine fanno il danno opposto: umidità alta e sbalzi rapidi, che favoriscono la condensa dentro il vetro e le macchie di foxing, le piccole chiazze brune che compaiono sulla carta e non si tolgono.
La parete giusta è banale e per questo la si sceglie di rado: interna, lontana da fonti di calore, con luce indiretta. Un disegno appeso lì e montato come si deve è la cosa più vicina alla permanenza che tu possa ottenere con un foglio e della polvere di grafite.
Domande frequenti
Il disegno può toccare il vetro?
No, ed è la regola più importante di tutte. La grafite non penetra nella carta: resta come polvere depositata sulla superficie, e a contatto con il vetro si trasferisce, lasciando un’ombra sul vetro e un chiaro sul disegno.
Il secondo motivo è l’umidità: sul vetro si forma condensa nelle notti fredde, e se il foglio è appoggiato la assorbe. Il passe-partout risolve entrambi i problemi creando un’intercapedine d’aria, ed è per questo che nell’incorniciatura conservativa non è un ornamento ma un elemento strutturale.
Che cos’è il vetro museale e vale la pena?
Il vetro museale unisce due proprietà: abbatte i riflessi e aggiunge un filtro contro i raggi ultravioletti, che sono la componente della luce più aggressiva per le fibre della carta.
Vale la pena su lavori che consideri definitivi e che resteranno appesi per anni, soprattutto se la parete riceve luce naturale. Su uno studio, su un esercizio o su un disegno che rifarai, il sovrapprezzo non si giustifica: meglio investire in un buon passe-partout senza acidi e in una parete migliore.
Come si fissa il disegno dentro la cornice?
Con due strisce di carta gommata neutra applicate soltanto sul bordo superiore, mai su tutti e quattro i lati. Il foglio deve poter respirare: la carta si dilata e si contrae con l’umidità dell’ambiente, e se è bloccata sui quattro lati si imbarca.
Da evitare in ogni caso il nastro adesivo comune e la colla. Con gli anni ingialliscono, seccano e lasciano un residuo che sulla carta non si rimuove più, e rendono il montaggio irreversibile, che è esattamente il contrario del criterio conservativo.
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