Aggiornato il da Rita Moreira
Che disegnare “faccia bene” lo leggi ovunque, di solito in liste di tredici benefici senza una fonte in fondo. Io insegno disegno realistico da anni e la frase, così com’è, non mi basta: mi interessa capire che cosa il disegno alleni davvero, e che cosa invece stiamo raccontandoci.
Ho messo insieme quello che dicono le ricerche recenti, con i loro numeri e le loro riserve, la differenza tra arteterapia e disegnare al tavolo di casa, e la storia di una psichiatra che sostituì l’elettroshock con un atelier di pittura.
Disegnare fa bene al cervello?
Sì, ma non nel modo in cui viene di solito raccontato. Il disegno allena in modo misurabile attenzione sostenuta, memoria visiva e coordinazione occhio-mano, perché costringe a osservare, confrontare e correggere per un tempo lungo. Gli effetti forti su umore e ansia, invece, provengono da studi su arteterapia condotta da un professionista, non da chi disegna da solo.
La distinzione conta, e la tengo per tutto l’articolo: una cosa è quello che il gesto del disegno fa alla tua attenzione, un’altra è quello che un percorso terapeutico fa a un disturbo. Confondere le due è il difetto di quasi tutto quello che si legge in italiano su questo tema.
Cosa allena davvero il disegno: l’attenzione
Il meccanismo concreto è questo, e lo vedo succedere in ogni allievo: per disegnare un oggetto devi guardarlo più a lungo di quanto tu abbia mai guardato qualsiasi cosa. Non “vedere”, guardare. Misurare una distanza con la matita, confrontarla con un’altra, accorgerti che l’orecchio è più in basso di come lo avevi messo, cancellare, rifare.
È un ciclo di osservazione, confronto e correzione che si ripete per ore. Chi lo fa con costanza racconta sempre la stessa cosa, e non riguarda il disegno: comincia a notare la luce delle sei del pomeriggio sul muro di casa, la forma dell’ombra sotto una tazza, il fatto che il naso di suo figlio ha una gobbetta che non aveva mai visto.
Il secondo effetto è il tempo di permanenza. Un ritratto a matita non si finisce in dieci minuti, e la mente non può fare altro mentre lo fai. In un’epoca in cui la nostra attenzione viene interrotta ogni pochi minuti, un’attività che chiede novanta minuti consecutivi sullo stesso problema è di per sé un allenamento raro. Sull’esercizio dell’occhio ho scritto una guida a parte, con esercizi concreti: allenare l’occhio nel disegno.
I numeri delle ricerche, con le loro riserve
Qui la maggior parte degli articoli italiani afferma e non cita. Faccio il contrario: ti do i numeri e anche i loro limiti, così puoi giudicare tu.
Una metanalisi pubblicata su Frontiers in Psychiatry nel luglio 2026 ha raccolto 12 studi randomizzati controllati su 741 adulti. Sulla depressione l’effetto è consistente: differenza media standardizzata di 0,81 a favore dell’arteterapia, con certezza dell’evidenza giudicata moderata. Sull’ansia l’effetto c’è (0,69) ma la certezza scende a bassa, su soli 6 studi e 366 partecipanti.
Una seconda metanalisi, pubblicata su Nature Mental Health, ha messo insieme 39 studi sulla depressione in persone oltre i 55 anni senza demenza. Il dato interessante non è il risultato iniziale (d = 0,70) ma quello che gli autori fanno dopo: correggendo per il bias di pubblicazione, cioè per la tendenza a pubblicare solo gli studi con esito positivo, l’effetto scende a 0,42. Resta positivo, ed è la metà.
| Ricerca | Chi ha studiato | Effetto | Certezza |
|---|---|---|---|
| Frontiers 2026 | 741 adulti, 12 studi | Depressione 0,81 | Moderata |
| Frontiers 2026 | 366 adulti, 6 studi | Ansia 0,69 | Bassa |
| Nature Mental Health | Oltre 55 anni, 39 studi | Da 0,70 a 0,42 | Con bias corretto |
Il punto che nessuno scrive: tutti questi numeri vengono da arteterapia condotta da un professionista, in gruppo e in un contesto strutturato. Non sono trasferibili a te che disegni la sera al tavolo di cucina. Il tuo disegno ti farà probabilmente bene lo stesso, ma non con quei numeri, perché quei numeri misurano un’altra cosa.
Arteterapia e disegnare a casa non sono la stessa cosa
La differenza si chiama setting: un luogo, un tempo definito, una relazione con un professionista formato e un obiettivo terapeutico. Togli il setting e resta un’attività bellissima che non è una terapia, esattamente come camminare fa bene ma non è fisioterapia.
In Italia la posizione dell’arteterapia è precisa, ed è quasi sempre riportata male. Non è una professione con un albo: è una professione non organizzata in ordini o collegi ai sensi della Legge 14 gennaio 2013, n. 4, la stessa legge che regola decine di altre attività professionali.
La qualificazione tecnica arriva invece dalla norma UNI 11592:2015 sulle arti terapie, che definisce i requisiti delle cinque figure (arteterapeuta, danzamovimentoterapeuta, musicoterapeuta, teatroterapeuta, drammaterapeuta) e prevede una laurea triennale più un percorso formativo di tre anni in una scuola conforme. Se cerchi “iscrizione albo arteterapia” non troverai l’albo, perché non esiste: quello che esiste è l’elenco ministeriale delle associazioni professionali.
Detto senza giri di parole: se stai attraversando un momento difficile, il disegno può accompagnarti, ma non sostituisce uno psicologo o uno psicoterapeuta. Se cerchi soprattutto di rallentare la testa a fine giornata, il posto giusto è la guida su disegnare per rilassarsi, dove ho messo che cosa disegnare e per quanto.
Nise da Silveira, la psichiatra che sostituì l’elettroshock con l’atelier
Questa storia in Italia quasi nessuno la conosce, e vale la pena raccontarla. Nise da Silveira (1905-1999) era una psichiatra brasiliana che negli anni Quaranta si rifiutò di praticare elettroshock, lobotomia e coma insulinico ai pazienti dell’ospedale psichiatrico dove lavorava.
Al loro posto aprì atelier di pittura e modellazione. Non come passatempo: le immagini prodotte dai pazienti erano per lei materiale clinico da leggere, in una prospettiva junghiana. Nel 1952 fondò a Rio de Janeiro il Museo delle Immagini dell’Inconscio, che conserva decine di migliaia di quelle opere, e nel 1960 fu tra i fondatori a Parigi della Società Internazionale di Psicopatologia dell’Espressione.
Il suo lavoro incrociò quello di Carl Gustav Jung, che si interessò alle immagini prodotte nei suoi atelier. Per il lettore italiano è una porta già aperta: Jung lo conosci, lei quasi certamente no. In italiano il riferimento è il libro di Eugenio Pelizzari Le immagini dell’inconscio. Il contributo di Nise da Silveira (Moretti & Vitali, 2010), e un saggio di Paolo Ferliga che ne ricostruisce il percorso, scrivendo apertamente che in Italia è praticamente sconosciuta.
La lezione che mi porto in aula è la sua: davanti a un foglio, quello che conta non è il talento di chi disegna, è che qualcuno guardi il risultato con rispetto.
Disegnare per allenare la mente dopo i sessant’anni
È l’ambito dove i dati sono più incoraggianti e anche più delicati. Nella metanalisi di Nature Mental Health l’effetto risulta più forte per chi vive in struttura (1,07) che per chi vive a casa propria (0,51): un indizio che una parte importante del beneficio venga dal fare qualcosa insieme ad altri, più che dall’arte in sé.
Vale anche una precisazione onesta, perché la confusione è frequente: quello studio ha escluso le persone con demenza. Riguarda adulti over 55 senza diagnosi, quindi non dice nulla sul disegno come intervento nelle demenze.
Nella pratica, per chi comincia a settant’anni il vantaggio del disegno realistico è che si autoregola: la matita non chiede forza, il foglio aspetta, e ogni sessione lascia una traccia visibile del progresso. È il tipo di attività che si può fare seduti, in venti minuti, con due strumenti che stanno in un cassetto.
Come cominciare se pensi di non saper disegnare
“Non so disegnare” è la frase che sento più spesso, e nella quasi totalità dei casi significa “ho smesso a undici anni”. Ecco il percorso minimo che do a chi parte da zero:
- Comincia da un oggetto solo, appoggiato sul tavolo davanti a te: una tazza, una chiave, un paio di occhiali.
- Guarda per due minuti prima di toccare la matita. È la parte che tutti saltano ed è quella che allena.
- Disegna solo i contorni nella prima sessione, senza ombre: stai imparando a misurare, non a rendere.
- Fermati a venti minuti, anche se non hai finito, soprattutto le prime settimane.
- Tieni tutti i fogli, anche i brutti, in ordine di data: fra un mese saranno la prova che qualcosa si è mosso.
Se vuoi il percorso completo, con materiali e primi esercizi, l’ho scritto nella guida su imparare a disegnare da zero. E se il problema è scegliere il soggetto, la lista sta in cosa disegnare per iniziare.
Domande frequenti
Disegnare aiuta la memoria?
Aiuta la memoria visiva, e il meccanismo è verificabile su te stesso: dopo aver disegnato un oggetto per un’ora, te ne ricordi la forma per anni, perché per riprodurlo hai dovuto scomporlo e ricostruirlo pezzo per pezzo.
Sulla memoria in generale, e in particolare sulla prevenzione del declino cognitivo, i dati disponibili riguardano attività artistiche in gruppo e non permettono di isolare il disegno da solo. La formulazione onesta è questa: il disegno è un buon allenamento dell’attenzione e dell’osservazione, e questo è documentabile; tutto il resto, oggi, è un’ipotesi ragionevole e non un risultato.
Esiste un albo degli arteterapeuti in Italia?
No. L’arteterapia rientra tra le professioni non organizzate in ordini o collegi disciplinate dalla Legge 4/2013, quindi non esiste un albo a cui iscriversi né un esame di Stato.
Il riferimento tecnico è la norma UNI 11592:2015, che descrive requisiti e competenze delle arti terapie e prevede una laurea triennale più tre anni di formazione specifica. Chi lavora seriamente si qualifica così e in genere aderisce a un’associazione professionale iscritta nell’elenco tenuto dal ministero. Se qualcuno ti promette l’iscrizione a un albo di arteterapeuti, sta dicendo una cosa che in Italia non esiste.
Quanto bisogna disegnare perché serva a qualcosa?
Nessuno studio serio indica una dose, e diffida di chi te la dà: le ricerche misurano cicli di sedute condotte da professionisti, non minuti al giorno di disegno casalingo.
Quello che posso dirti è ciò che vedo in aula: la differenza la fa la frequenza, non la durata. Venti minuti tre volte a settimana producono più progresso, e più piacere, di tre ore una domenica al mese. La sessione corta e ripetuta tiene viva l’abitudine di guardare, che è il vero muscolo che stiamo allenando.
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