Fasi del disegno infantile: dallo scarabocchio al realismo

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Nelle prime pagine del Piccolo Principe c’è un bambino che disegna un boa che digerisce un elefante, e degli adulti che vedono un cappello. Poche righe dopo arriva la frase che riguarda quasi tutti noi: all’età di soli sei anni ho abbandonato una meravigliosa carriera da pittore.

Qui trovi le fasi con cui il segno di un bambino evolve davvero, che cosa significano la trasparenza e l’omino girino, perché tanti smettono proprio intorno ai sei anni, e che cosa può fare un adulto senza trasformare il disegno in un compito.

Quali sono le fasi del disegno infantile?

Le fasi del disegno infantile sono le tappe con cui il segno del bambino evolve: prima lo scarabocchio, poi le prime forme riconoscibili, poi il realismo intellettuale in cui disegna quello che sa, e infine il realismo visivo in cui disegna quello che vede. Non sono un calendario da rispettare.

Le due mappe più usate sono quella di Georges-Henri Luquet, che guarda il rapporto tra il bambino e la realtà, e quella di Viktor Lowenfeld, che guarda l’evoluzione del segno. Descrivono la stessa cosa da due angolazioni, e conoscerle entrambe evita molta confusione.

Le fasi a colpo d’occhio

Le età indicate sono orientative e variano molto da bambino a bambino. Servono a capire dove ci si trova, non a misurare nessuno.

Età Luquet Che cosa vedi sul foglio
18 mesi, 2 anni Prima dello scarabocchio Tracce, gesti, il piacere di lasciare un segno
2, 4 anni Realismo fortuito Scarabocchi a cui il bambino dà un nome dopo averli fatti
4, 5 anni Realismo mancato Prime figure riconoscibili, spesso l’omino girino
5, 9 anni Realismo intellettuale Trasparenze, ribaltamenti, tutto quello che il bambino sa

Dopo i nove o dieci anni comincia il realismo visivo: il bambino disegna quello che vede da un punto di vista solo, le proporzioni si aggiustano e le trasparenze spariscono. È anche il momento in cui, se nessuno lo accompagna, il disegno rischia di fermarsi.

Nella mappa di Lowenfeld gli stessi anni si chiamano stadio dello scarabocchio, preschematico, schematico e realistico. La documentazione dell’Università di Bologna le riporta entrambe, con la nomenclatura accademica per esteso.

Lo scarabocchio non è un disegno mancato

Lo scarabocchio è un’attività motoria prima che grafica. Il bambino scopre che il proprio gesto lascia una traccia, e quella scoperta vale quanto il risultato.

Si riconoscono tre momenti. All’inizio lo scarabocchio è disordinato: il braccio si muove tutto insieme e il segno esce dal foglio. Poi diventa controllato, perché la presa a pinza si affina e il bambino comincia a dirigere la matita dove vuole. Infine diventa nominato, ed è il salto vero: il bambino guarda il proprio segno e dice la mamma.

Quel momento è enorme e passa quasi sempre inosservato. Significa che il segno ha smesso di essere un movimento ed è diventato un simbolo, cioè una cosa che sta al posto di un’altra. È lo stesso meccanismo che poco dopo servirà per leggere e scrivere.

Trasparenze e ribaltamenti non sono errori

Questa è la parte che tranquillizza più genitori. Verso i cinque anni compaiono disegni in cui si vede il bambino dentro la pancia della mamma, i mobili attraverso i muri della casa, gli alberi coricati lungo la strada.

Si chiamano trasparenza e ribaltamento, e non sono sbagli di osservazione. Sono la firma del realismo intellettuale: il bambino disegna tutto quello che sa dell’oggetto, non solo quello che ne vedrebbe da una posizione precisa. Il fratellino nella pancia c’è, quindi si disegna.

È esattamente il contrario di quello che facciamo noi adulti quando disegniamo dal vero, e per questo ci sembra strano. Il bambino non sta ancora scegliendo un punto di vista, sta facendo un inventario.

Correggerlo non serve a niente e a volte fa danno. Quella fase passa da sola quando arriva il realismo visivo, e nel frattempo sta costruendo la capacità di rappresentare, che è la cosa importante.

La figura umana racconta lo sviluppo

Il modo in cui un bambino disegna una persona è l’indicatore più leggibile di tutti. Il primo umano riconoscibile è l’omino girino: una testa grande con le gambe attaccate direttamente, senza tronco.

Non è pigrizia. È che il bambino disegna quello che conta di più per lui, cioè il viso, e aggiunge il resto man mano che la consapevolezza del proprio corpo cresce. Poi arrivano il tronco, le braccia con le mani, le dita, le orecchie, i capelli, i vestiti.

Se vuoi un gioco onesto, prendi tre disegni della stessa persona fatti a distanza di sei mesi l’uno dall’altro e mettili in fila. Non serve nessuna competenza per vedere quanti dettagli sono comparsi.

Lo sviluppo non è lineare

Questo va detto con chiarezza, perché è la fonte di ansia più comune. Un bambino che ha già disegnato figure umane complete può tornare a fare scarabocchi per settimane.

Succede per stanchezza, per un cambiamento in famiglia, per noia, o semplicemente perché in quel momento gli interessa il gesto e non la forma. Non c’è nessuna lista da spuntare, e nessuna tappa che, una volta raggiunta, debba restare.

Quello che conta è la continuità dell’occasione: che ci siano carta e matite a portata di mano e che nessuno chieda un risultato.

Perché smettono verso i sei o sette anni

Saint-Exupéry lo aveva già scritto: a sei anni. È l’età in cui quasi tutti i bambini smettono, e le ragioni sono due, entrambe adulte.

La prima è il confronto. Il bambino comincia a paragonare il proprio disegno con quello dei compagni e con le immagini che vede intorno, e conclude di non essere capace. È lo stesso pensiero che tanti adulti si portano dietro per decenni quando dicono io non so disegnare.

La seconda è la scuola. Con l’alfabetizzazione l’attenzione si sposta sulle materie che contano, e il disegno diventa un riempitivo del dopo compiti. Nel testo del Piccolo Principe gli adulti consigliano al bambino di lasciare da parte i disegni e dedicarsi alla geografia, alla storia, alla matematica e alla grammatica.

Il punto pratico è che quel bambino non ha perso una capacità: ha smesso di esercitarla perché ha ricevuto il messaggio che non contava. Ed è la ragione per cui, da adulti, si può ricominciare senza nessun mistero, come racconto in si può imparare a disegnare.

Che cosa può fare un adulto

La formula più utile su questo tema è italiana, e viene da Bruno Munari, che nel 1977 aprì a Brera i primi laboratori per bambini nei musei. Il principio dei suoi laboratori era dire come fare e non cosa fare, senza costrizioni e senza temi da svolgere.

Tradotto nella pratica di casa, significa cinque cose:

  1. Tenere materiale accessibile e in ordine, in un posto che il bambino raggiunge da solo.
  2. Non chiedere che cos’è. Chiedere piuttosto di raccontare, e ascoltare la storia.
  3. Non correggere le proporzioni né aggiungere pezzi al disegno.
  4. Offrire tecnica solo quando è il bambino a chiederla, e allora offrirla davvero.
  5. Dare valore al disegno esponendolo, senza trasformarlo in una prova.

C’è anche una prospettiva che aiuta quando un bambino smette: nell’approccio di Reggio Emilia, il disegno è uno dei cento linguaggi dei bambini teorizzati da Loris Malaguzzi. Un bambino che non disegna più non ha smesso di esprimersi, ha cambiato linguaggio. Il tuo compito è tenere aperta la porta, non spingerlo dentro.

Il disegno predice l’intelligenza?

Esiste uno studio serio su questo, e vale la pena raccontarlo per intero, perché in giro se ne trova quasi sempre solo la metà.

Rosalind Arden e colleghi del King’s College London hanno analizzato i disegni della figura umana fatti a quattro anni da 15.504 bambini, gemelli, seguiti poi fino ai quattordici. Il lavoro è uscito su Psychological Science nel 2014, e ha trovato una correlazione tra la qualità del disegno a quattro anni e i test di intelligenza dieci anni dopo.

La parte che di solito viene tagliata è quella che conta di più. La correlazione a quattordici anni è debole, e la stessa Arden ha dichiarato che i genitori non devono preoccuparsi se un figlio disegna male, perché la capacità di disegnare non determina l’intelligenza.

In altre parole: è uno studio sulla componente genetica condivisa tra due abilità, non un test da fare in cucina. Se qualcuno ti dice che dal disegno di tuo figlio si capisce quanto sarà intelligente, sta esagerando quello che i dati dicono.

Leggere un disegno non è valutare un bambino

Questa distinzione mi sembra doverosa. Riconoscere una fase è una cosa; interpretare la personalità o lo stato emotivo di un bambino a partire da un disegno è un’altra, e non spetta né a me né a te.

In Italia l’arteterapia è un campo professionale con una formazione propria, e la valutazione psicologica appartiene a chi è abilitato. Un blog di disegno può dirti che a cinque anni le trasparenze sono normali; non può e non deve dirti che cosa significa un colore o un dettaglio.

Se qualcosa nel comportamento di tuo figlio ti preoccupa, il disegno può essere un elemento di osservazione tra i tanti, ma la persona con cui parlarne è un professionista, non un articolo.

Quello che invece posso dirti con tranquillità è che disegnare, a qualsiasi età, porta benefici concreti sull’attenzione e sulla capacità di osservare: ne ho scritto in disegnare fa bene. E se guardando tuo figlio ti è tornata voglia di provarci anche tu, il punto di partenza per un adulto è imparare a disegnare da zero, che non ha niente a che vedere con il talento.

Domande frequenti

A che età un bambino inizia a disegnare?

Le prime tracce arrivano di solito tra i quindici e i diciotto mesi, appena la mano riesce a stringere un pastello grosso. All’inizio non è disegno ma movimento: il braccio si muove tutto insieme e il segno esce spesso dal foglio.

Verso i due anni il gesto si fa più controllato, e tra i due e i tre il bambino comincia a dare un nome a quello che ha tracciato, anche dopo averlo fatto.

Non c’è un’età giusta e le differenze tra bambini sono enormi. Quello che aiuta davvero è avere carta e materiale sempre disponibili, senza che sia un’attività organizzata da un adulto.

Perché mio figlio disegna le persone senza corpo?

È l’omino girino, ed è una tappa attesa intorno ai quattro anni: una testa grande con le gambe attaccate direttamente, senza tronco.

Il bambino disegna prima quello che per lui conta di più, cioè il viso, e aggiunge il resto man mano che la consapevolezza del proprio corpo cresce. Tronco, braccia, mani, dita e orecchie arrivano nell’ordine in cui diventano importanti per lui.

Non serve farlo notare né correggerlo. Il tronco compare da solo, di solito nel giro di qualche mese, e nel frattempo il bambino sta imparando qualcosa di più grande, cioè che un segno può rappresentare una persona.

Che cosa faccio se dice che non sa disegnare?

Prima di tutto non contraddirlo con un complimento generico, perché a sei o sette anni i bambini riconoscono benissimo un elogio di circostanza. Sposta invece l’attenzione dal risultato al racconto: chiedigli di spiegarti cosa succede nel disegno.

Poi togli il confronto dal tavolo. Quasi sempre quella frase nasce dal paragone con un compagno o con un’immagine vista altrove, e non da un giudizio suo.

Se chiede di imparare, allora insegnagli davvero qualcosa di concreto, una cosa sola per volta. La differenza tra un bambino che smette e uno che continua sta quasi sempre nell’adulto che ha risposto alla domanda invece di rassicurare e basta.

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