Aggiornato il da Rita Moreira
Disegni quasi tutti i giorni, hai comprato le matite giuste, guardi tutorial, e dopo mesi hai la sensazione precisa di essere fermo. Non peggiori, non migliori: fai sempre lo stesso disegno con un soggetto diverso.
Chi si trova qui di solito conclude che non è portato. Quasi sempre la spiegazione è un’altra, ed è tecnica: c’è un errore preciso che si ripete, e finché non lo isoli continuerai a ripeterlo con più impegno.
Perché non riesco a disegnare, anche se mi alleno?
Se ti alleni e non migliori, quasi sempre non è questione di talento né di ore: è che stai ripetendo lo stesso errore senza correggerlo. La pratica produce risultati solo quando c’è un compito preciso, un modo di accorgersi dell’errore e la possibilità di rifare. Il primo passo è capire quale errore, perché ce ne sono almeno sei diversi.
Questa è anche la ragione per cui due persone che disegnano lo stesso numero di ore arrivano a risultati lontanissimi. Una ha ripetuto, l’altra ha corretto.
Il problema non è quanto pratichi
Lo sai già da altri campi. Chi va in palestra da un anno con la stessa scheda e lo stesso carico non è più forte di sei mesi fa, e chi corre sempre allo stesso ritmo non abbassa il tempo. Nessuno se ne stupisce lì, e tutti se ne stupiscono col disegno.
Il modo di dire più diffuso in questo campo, la pratica rende perfetti, è falso così com’è formulato. Nel 1993 Anders Ericsson, Ralf Krampe e Clemens Tesch-Römer hanno definito la pratica deliberata con condizioni precise: un compito ben definito e di difficoltà adeguata, un feedback informativo su cosa è andato storto, e la possibilità di ripetere correggendo. Ripetere senza le altre due condizioni non rientra nella definizione.
Vale la pena aggiungere la parte scomoda, perché la si sente citare quasi sempre a metà. Una meta-analisi del 2014 di Brooke Macnamara, David Hambrick e Frederick Oswald ha misurato quanto la pratica deliberata spiega davvero della differenza di prestazione tra le persone, e la risposta è: molto meno di quanto si dica, e con differenze grosse tra un campo e l’altro. Praticare è necessario, non è sufficiente.
Da qui viene tutto il resto di questo articolo. Se le ore non bastano, quello che serve è sapere cosa correggere.
Sei sintomi, sei cause diverse
Nel 1997 Dale Cohen e Susan Bennett hanno fatto una cosa che nessuno aveva fatto prima: hanno separato le cause dell’errore nel disegno in categorie distinte, misurando quanto pesa ciascuna. Percezione sbagliata dell’oggetto, rappresentazione sbagliata di quello che si è percepito, errore motorio, errore di decisione.
La conclusione operativa è che non disegno bene non è una diagnosi: è un sintomo, e sintomi diversi hanno cause diverse. La tabella qui sotto è il modo in cui la uso con chi mi scrive.
| Sintomo | Causa probabile | Cosa correggere |
|---|---|---|
| Disegni piatti | Gamma tonale schiacciata | Valori tonali e contrasto |
| Non somiglia | Relazioni non misurate | Impianto e proporzioni |
| Ok vicino, non lontano | Dettaglio prima dell’insieme | Ordine di lavoro |
| Bene solo copiando | Nessuna struttura sotto | Costruzione con i solidi |
| Grigio, mai nero | Carta satura o mina dura | Materiale e stratificazione |
| Mi fermo a metà | Soggetto sopra il livello | Scelta del soggetto |
I disegni sembrano piatti
Li riconosci così: il disegno è corretto, il soggetto si capisce, e però sembra un adesivo appoggiato sul foglio. Guardandolo di lato non c’è nessuna zona davvero scura e nessuna davvero chiara: tutto vive in una fascia stretta di grigi.
La causa è quasi sempre la paura di scurire. Chi comincia usa un ventaglio di tre o quattro toni quando ne servirebbero otto, e senza quella distanza tonale il volume non esiste. La correzione è una sola e sta nei valori tonali del disegno.
Il ritratto non somiglia
Il sintomo tipico: ogni elemento preso da solo è ben fatto, ma la persona non si riconosce. È il caso più frustrante, perché sembra che manchi qualcosa di misterioso.
Non manca niente di misterioso: mancano le misure. La somiglianza sta nelle relazioni tra le parti, cioè a che altezza cade l’occhio rispetto al mento, quanto è larga la bocca rispetto al naso, quanto spazio c’è tra gli occhi. Si misurano, non si indovinano, e il metodo è in come migliorare nel disegno.
Bello da vicino, brutto da lontano
Passi due ore su un occhio che viene benissimo, e poi il volto intero non funziona. È il sintomo di chi lavora per zone finite invece che per strati.
La causa è l’ordine di lavoro: dettaglio prima dell’insieme. Il disegno va portato avanti tutto insieme, dal generale al particolare, e ogni tanto si guarda da un metro di distanza per controllare il complesso. È il modo di vedere che si allena con le verifiche di allenare l’occhio nel disegno.
Disegno bene solo se copio
Copiando una foto te la cavi, ma senza riferimento non esce niente. Non è mancanza di fantasia: è che stai copiando contorni senza capire la struttura che c’è sotto.
Chi disegna dalla testa non ricorda le immagini, ricorda le forme di base e come si combinano. La correzione parte dal disegnare con le forme geometriche, che sembra un esercizio da principianti e invece è quello che sblocca il disegno senza riferimento.
Sempre grigio, il nero non arriva
Insisti, premi, ripassi, e il nero non viene mai: resta un grigio metallico e sporco. Qui il problema non è né percettivo né di metodo, è materiale.
Le cause sono due, e spesso convivono: hai cominciato la zona scura con una mina troppo dura, chiudendo la superficie della carta, oppure stai chiedendo alla matita più di quanto la grafite possa dare. La soluzione sta in come ottenere un nero intenso a matita.
Mi fermo sempre a metà
Cominci con entusiasmo, arrivi a metà, e il disegno resta lì. Se succede sistematicamente, non è pigrizia: è che il soggetto è più difficile del tuo livello attuale, e a metà strada te ne accorgi.
La correzione non è disciplinarti: è scendere di un gradino e finire qualcosa. Un disegno finito, anche modesto, insegna più di cinque abbandonati a metà: ti costringe a risolvere le parti difficili invece di evitarle.
Come capire se stai davvero migliorando
Il metro più affidabile che conosco costa zero: rifai lo stesso soggetto ogni tre mesi, con la data sul retro del foglio, e conservali. Non la stessa categoria di soggetto: proprio lo stesso, la stessa tazza o la stessa fotografia.
Il confronto a distanza di mesi è impietoso e onesto, e sostituisce quel senso vago di essere fermo che quasi sempre mente. Chi si sente fermo di solito è migliorato in un aspetto e peggiorato nella pazienza.
C’è un secondo indicatore, ancora più utile, e vale la pena riconoscerlo per quello che è: se guardi un tuo disegno di un anno fa e adesso vedi errori che allora non vedevi, sei migliorato. Non nella mano, per ora, ma nell’occhio, ed è sempre l’occhio che si muove per primo. La mano arriva dopo, ed è la fase in cui quasi tutti mollano proprio mentre stanno progredendo.
Quando il problema non è tecnico
Ci sono periodi in cui la matita non è il punto. Se disegnare è diventato un dovere che rimandi ogni sera, la correzione non sta in nessuna delle sei righe della tabella.
In quel caso il tema è un altro, e non è un fallimento tecnico: ne ho scritto in ritrovare la voglia di disegnare. Vale la pena distinguere le due cose, perché applicare esercizi tecnici a un problema di motivazione non funziona, e a volte peggiora.
Una cosa la dico da chi insegna e non da altro: la sensazione di essere fermi è quasi universale tra chi disegna, compreso chi disegna molto bene. Non è un segnale che qualcosa in te non va, è un segnale che il tuo giudizio sta funzionando.
Domande frequenti
Quanto tempo ci vuole per uscire da una fase di stallo?
Dipende da quale sintomo hai. Le cause materiali, come il nero che non arriva, si correggono in una sessione: cambi mina e ordine degli strati e il problema sparisce.
Le cause percettive sono più lente. Imparare a misurare le relazioni e a leggere i toni richiede settimane di esercizi mirati, non mesi di disegni completi.
Quello che non funziona in nessun caso è aumentare le ore mantenendo il metodo. Se un mese in più con lo stesso approccio non ha cambiato niente, altri tre mesi non lo faranno.
Devo disegnare tutti i giorni per migliorare?
La costanza aiuta, ma da sola non basta e non è la variabile decisiva. Venti minuti al giorno su un esercizio mirato valgono più di due ore quotidiane di disegni completi fatti sempre allo stesso modo.
La differenza sta nel feedback. Una sessione produce miglioramento se alla fine sai dire cosa non ha funzionato e cosa cambierai la volta dopo.
Un’abitudine utile: chiudi ogni sessione scrivendo una riga sul retro del foglio, con l’unica cosa da correggere. Una riga sola, che rileggerai prima di ricominciare.
È vero che serve talento per disegnare bene?
Le differenze individuali esistono, e negarle sarebbe disonesto: c’è chi parte con una percezione visiva più fine o con più pazienza. Ma non è quello che separa chi migliora da chi resta fermo.
Quello che separa è il metodo di correzione. Cohen e Bennett hanno mostrato che gran parte dell’errore di disegno nasce da una lettura sbagliata dell’oggetto, e la lettura si allena.
In pratica: il talento decide quanto in fretta parti, il metodo decide dove arrivi. Chi si ferma dopo anni di pratica quasi mai ha un problema di dote, ha un problema di correzione.
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