Aggiornato il da Rita Moreira
Apri l’album nuovo, decidi che il primo disegno sarà il ritratto di qualcuno a cui tieni, e dopo quaranta minuti chiudi tutto convinto di non essere portato. È il percorso più comune che io conosca, e non ha niente a che vedere con il talento: hai solo cominciato dall’ultimo gradino.
Qui trovi i sette gradini in ordine, che cosa allena ciascuno, e soprattutto il criterio per capire quando sei pronto a salire. È la parte che le liste di idee non ti danno mai.
Cosa disegnare per iniziare?
Per iniziare conviene disegnare forme geometriche semplici e oggetti quotidiani a una sola texture, e salire per gradini fino al volto: prima il contorno, poi il volume, infine le texture. L’errore che fa smettere quasi tutti non è la mancanza di talento, è cominciare dal ritratto, che è il soggetto più difficile di tutti.
Non è un’opinione mia. La voce disegno della Treccani distingue i disegni in tre gruppi: per contorni, per volumi e per macchie, dove il primo circoscrive la forma con la linea, il secondo introduce il modellato per esprimere la terza dimensione e il terzo determina la forma attraverso le intensità luminose.
Quei tre gruppi sono anche tre livelli di difficoltà, e la scala che segue non fa altro che percorrerli in ordine.
Perché l’ordine conta più dell’idea
Perché ogni soggetto allena una competenza diversa, e quelle competenze si appoggiano una sull’altra. Il volto non è difficile per il numero di dettagli: è difficile perché chiede insieme proporzioni, simmetria, volume, texture e somiglianza, cioè tutte le cose insieme.
Prova a guardare le liste di idee che trovi in giro. Quasi tutte aprono con persone e volti e mettono la natura morta a metà classifica, quando non peggio: sono ordinate per quanto il soggetto è desiderabile, non per quanto è difficile. È comprensibile, perché nessuno cerca su Google la voglia di disegnare una mela, ed è comunque il modo migliore per far fallire chi comincia.
La scala qui sotto è ordinata al contrario: per quello che ogni soggetto ti insegna. Il ritratto resta, ma arriva quando le mani sanno cosa fare.
I sette gradini, in ordine
| Gradino | Cosa disegni | Cosa allena |
|---|---|---|
| 1. Forme geometriche | Sfera, cubo, cilindro | Costruzione e volume di base |
| 2. Oggetti quotidiani | Tazza, libro, mela, chiavi | Proporzioni e una sola texture |
| 3. Natura morta | Due o tre oggetti insieme | Relazioni e ombre portate |
| 4. Panneggio | Una piega di tessuto | Solo luce e ombra, zero contorni |
| 5. Parti del volto | Occhio, labbra, naso | Dettaglio e passaggi morbidi |
| 6. Volto intero | Un ritratto da foto | Insieme e somiglianza |
| 7. Capelli e pelle | Ciocche, pori, incarnato | Texture su base già solida |
Gradino 1: le forme geometriche
Sfera, cubo e cilindro con una lampada da un lato. Sono noiosi e sono il gradino che nessuno vuole fare, ma contengono già tutto: dove cade l’ombra propria, dove finisce quella portata, come una superficie curva passa dalla luce al buio.
Ci sono due ragioni pratiche per cominciare da qui. La prima è che qualsiasi oggetto del mondo è una combinazione di questi tre solidi. La seconda è che una sfera venuta male non ti ferisce: puoi rifarla dieci volte senza nessun dispiacere. Il metodo completo sta in disegnare con le forme geometriche.
Criterio di passaggio: la tua sfera sembra rotonda anche socchiudendo gli occhi, e non ha nessun contorno nero intorno.
Gradino 2: gli oggetti quotidiani
Una tazza, un libro chiuso, una mela, il mazzo di chiavi. Un oggetto solo per volta, con una superficie sola da rendere.
Qui l’obiettivo cambia: non è più il volume, sono le proporzioni. Larghezza contro altezza, curva contro dritta, quanto è alto il manico rispetto al corpo della tazza. È il gradino in cui impari a misurare invece di indovinare, ed è per questo che l’oggetto deve essere davanti a te, non su uno schermo.
Criterio di passaggio: giri il foglio sottosopra e le proporzioni continuano a funzionare. Se sottosopra l’oggetto si deforma, stai ancora disegnando quello che sai invece di quello che vedi.
Gradino 3: la natura morta
Due o tre oggetti insieme, appoggiati sullo stesso piano, con una luce sola. Un bicchiere accanto a una mela basta e avanza.
La novità sono le relazioni: quanto un oggetto è più grande dell’altro, come le ombre portate cadono sul piano, dove uno passa davanti all’altro. Questo gradino insegna a guardare l’insieme prima del particolare, che è la competenza che poi salverà il tuo ritratto.
Criterio di passaggio: le ombre portate appartengono tutte alla stessa fonte di luce, e nessun oggetto galleggia sopra il piano.
Gradino 4: il panneggio
Una piega di tessuto: uno strofinaccio buttato sul tavolo, una manica di camicia, un lenzuolo su una sedia. È il gradino che manca in tutte le liste italiane che ho letto, ed è quello che cambia di più il risultato.
Il motivo è semplice: nel panneggio non esistono contorni da copiare. Non c’è nessun bordo netto da seguire, quindi non puoi cavartela con la linea. Ci sono soltanto zone chiare e zone scure, e devi costruire la forma con i toni. Le accademie italiane lo fanno studiare da secoli proprio per questo, ed è il ponte naturale verso i valori tonali del disegno.
Criterio di passaggio: un’altra persona guarda il tuo panneggio e capisce dove il tessuto si alza e dove sprofonda, senza che tu glielo spieghi.
Gradino 5: le parti del volto, una per volta
Un occhio. Solo un occhio, grande, dentro un riquadro, senza il resto della faccia. Poi le labbra, poi il naso, poi l’orecchio.
Isolare serve a due cose. Ti permette di lavorare i passaggi morbidi senza la pressione della somiglianza, e ti fa scoprire che ogni elemento ha una sua struttura precisa: la palpebra ha uno spessore, il labbro superiore è quasi sempre più scuro dell’inferiore. La guida completa è come disegnare un occhio realistico.
Criterio di passaggio: l’occhio che disegni sembra bagnato e umido, e la sclera non è bianco carta ma ha già le sue ombre.
Gradino 6: il volto intero
Adesso sì. Un ritratto da fotografia, con una luce laterale netta e un soggetto che non ti coinvolge troppo, perché sul viso di tua figlia noterai ogni millimetro di errore e su quello di uno sconosciuto no.
Il lavoro qui è di impianto: la posizione degli elementi prima della loro qualità. Un occhio meraviglioso nel posto sbagliato distrugge il ritratto, un occhio mediocre nel posto giusto lo salva. Il percorso sta in come disegnare un volto realistico.
Criterio di passaggio: guardando il disegno a un metro di distanza riconosci la persona, prima ancora di vedere i dettagli.
Gradino 7: capelli e pelle
Le texture arrivano per ultime perché sono rifinitura, non costruzione. Ciocche, pori, piccole rughe: tutte cose che funzionano solo sopra un volume che regge già da solo.
È l’errore più frequente di chi salta i gradini: passare ore a disegnare capelli uno per uno su una testa che non ha forma. Il risultato è una parrucca dettagliatissima appoggiata su un pallone. Se sei arrivato qui, come disegnare i capelli a matita è il passo successivo.
Criterio di passaggio: non c’è. Da qui in poi non si sale più: si approfondisce, per anni.
Come capire che sei pronto per il gradino dopo
La regola che uso con chi comincia è una sola: sei pronto quando puoi rifare lo stesso soggetto due volte di seguito con un risultato simile. Non buono, simile.
La differenza è tutta lì. Una sfera venuta bene può essere fortuna, due sfere uguali sono controllo. Finché il risultato oscilla molto da un tentativo all’altro, stai ancora imparando quel gradino, e salire adesso significa portarti dietro un buco che ricomparirà tre gradini più su.
Il secondo criterio è più brutale e altrettanto utile: se un esercizio ti annoia profondamente, l’hai superato. La noia in questo mestiere è il segnale che il compito è diventato automatico.
Sui tempi non ti do numeri finti. Dipende da quanti minuti al giorno disegni, e chi fa venti minuti quotidiani supera i primi tre gradini molto più in fretta di chi fa tre ore la domenica.
Cosa serve per i primi gradini
Una HB, una 2B, una 6B, una gomma e un blocco liscio. Con meno di quindici euro sei attrezzato fino al quinto gradino, e non è una posizione di principio: è che il materiale in eccesso, all’inizio, fa danni.
Il danno è duplice. Un set da ventiquattro gradazioni ti fa passare il tempo a scegliere la matita invece di guardare l’oggetto, e la carta costosa ti impedisce di sbagliare volentieri, che è la cosa più utile che puoi fare nei primi mesi.
Le tre gradazioni servono a compiti diversi: la HB costruisce l’abbozzo, la 2B fa i mezzitoni, la 6B chiude le ombre profonde. Se una mina non scurisce oltre un certo punto, non è colpa della forza che ci metti: è la gradazione sbagliata per quel compito.
Sulla carta, un album liscio da 120 o 160 g/mq va benissimo per tutto il percorso: il classico Fabriano F4 costa poco ed esiste in entrambe le superfici. Lo trovi in qualsiasi cartoleria, nei negozi di belle arti come Momarte o Vertecchi e su Amazon.it. Il quadro completo di quello che serve, e di quello che non serve, è in materiale per disegnare a matita.
Una lampada da tavolo orientabile, invece, è l’unico acquisto che consiglio davvero presto. Dal primo gradino al quarto tutto dipende da avere una luce sola, decisa, che venga da un lato: senza quella non vedi le ombre, e senza ombre non c’è niente da imparare.
Cosa disegnare quando non sai cosa disegnare
Quando la voglia c’è e l’idea no, non cambiare soggetto: cambia la regola. Prendi l’oggetto che hai già disegnato ieri e imponigli un vincolo nuovo.
- Stessa cosa, luce diversa. La stessa tazza con la lampada spostata dall’altro lato. È l’esercizio più sottovalutato che conosca: ti insegna che il soggetto non è la forma, è la luce.
- Un solo tono. Disegna usando soltanto la 4B, senza mai variare la pressione. Ti costringe a costruire per strati invece che per forza.
- Cinque minuti a cronometro. Lo stesso oggetto in cinque minuti: sparisce il dettaglio e resta l’essenziale, che è quello che stavi trascurando.
- Un dettaglio grande. Solo il manico della tazza, ma che occupi tutto il foglio. La scala cambia completamente quello che vedi.
- Sottosopra. Metti la foto capovolta e copiala così. Il cervello smette di riconoscere l’oggetto e comincia finalmente a vedere le forme.
Cinque vincoli su un solo oggetto valgono più di venti soggetti diversi disegnati una volta ciascuno. La ripetizione con variazione è il modo in cui si è sempre imparato in bottega, e continua a funzionare sul tavolo di cucina.
Da dove viene questa scala
Non l’ho inventata io. L’idea che il disegno si impari per tappe, in un ordine stabilito, è nata proprio in Italia: lo statuto dell’Accademia delle Arti del Disegno fu approvato dal duca Cosimo I a Firenze il 13 gennaio 1563, su proposta di Giorgio Vasari, e quell’istituzione raccoglieva l’eredità della Compagnia di San Luca, formata dagli artisti fiorentini già nel 1339.
Il percorso accademico che ne è uscito aveva un ordine preciso: prima si copiava dai disegni dei maestri, poi dai calchi in gesso, e solo alla fine si disegnava dal vero. Prima il piano, poi il volume semplificato, poi la realtà. È esattamente la stessa progressione dei sette gradini, con quattro secoli di anticipo.
C’è anche una parola italiana che dovresti recuperare: abbozzo, che la Treccani definisce come la prima forma incompleta dell’opera, già elaborata al punto da suggerire l’aspetto definitivo, e distingue dallo schizzo, dove l’artista fissa solo la prima idea. Ogni gradino comincia da un abbozzo, mai dalla linea definitiva.
E se cerchi la regola che tiene insieme tutto questo, Cennino Cennini l’aveva già scritta alla fine del Trecento: continuando ogni dì non manchi disegnar qualche cosa, chè non sarà sì poco che non sia assai. Non conta quanto fai in una sera. Conta non saltare il giorno.
Domande frequenti
È più semplice disegnare volti, paesaggi o oggetti?
Oggetti, senza dubbio. Un oggetto sta fermo, ha una superficie sola da rendere e nessuno si accorge se le proporzioni sono leggermente diverse dall’originale.
Il paesaggio sta in mezzo: perdona molto sui dettagli, ma chiede di gestire piani diversi e profondità, cioè una competenza in più.
Il volto è il più difficile di tutti, perché il nostro cervello è specializzato nel riconoscere le facce e coglie uno scarto di due millimetri sulla posizione di un occhio. Con un oggetto quello scarto non lo nota nessuno.
Quanto tempo devo restare su ogni gradino?
Non esiste un numero di giorni valido per tutti, ed è per questo che il criterio è sul risultato e non sul calendario: puoi salire quando rifai lo stesso soggetto due volte con esiti simili.
Come ordine di grandezza, chi disegna venti o trenta minuti quasi ogni giorno tende a passare i primi tre gradini in poche settimane ciascuno. Il quarto e il quinto sono più lenti perché lavorano sui toni.
Se dopo un mese sullo stesso gradino non vedi nessun cambiamento, il problema non è il tempo: di solito è che stai ripetendo senza correggere niente.
Cosa comprare per iniziare a disegnare?
Tre matite, una gomma e un blocco. Una HB per costruire, una 2B per i mezzitoni e una 6B per le ombre profonde coprono per intero i primi cinque gradini.
Evita i set grandi per adesso. Ventiquattro gradazioni sembrano una scorciatoia e sono un rallentamento, perché passi il tempo a scegliere la mina invece di guardare il soggetto.
L’unico acquisto in più che vale la pena fare subito è una lampada da tavolo orientabile. Senza una luce laterale netta le ombre non si formano, e i primi quattro gradini vivono tutti di ombre.
Devo disegnare dal vero o posso copiare da una foto?
Nei primi gradini disegna dal vero, perché l’oggetto reale ti dà informazioni che la fotografia comprime: le ombre vere hanno passaggi che nessun file conserva, e puoi spostare la testa per capire una forma.
Dal quinto gradino in poi la fotografia diventa comoda e legittima, soprattutto per i volti, dato che nessuno resta immobile per due ore.
La tradizione accademica italiana metteva la copia prima del vero e non dopo, con una differenza importante: si copiava dai disegni dei maestri, non dalle fotografie. Copiare un buon disegno insegna scelte, copiare una foto insegna a osservare.
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