Non hai più voglia di disegnare? Come ritrovarla davvero

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Il blocco è ancora lì, con lo stesso disegno a metà di tre settimane fa. Ci pensi ogni sera, ti senti in colpa, e ogni sera fai qualcos’altro.

Non è pigrizia e non è mancanza di talento. Qui trovi un test onesto per capire se è un calo passeggero o se semplicemente non ti va più, e un modo per rientrare che non parte dalla forza di volontà.

Come si ritrova la voglia di disegnare?

Per ritrovare la voglia di disegnare non serve più forza di volontà: serve tornare al motivo per cui disegni. Chi sa perché lo fa attraversa i periodi vuoti; chi disegna per obbligo si ferma al primo intoppo. Il secondo passo è un ritmo sostenibile, non un ritmo eroico.

Quasi tutti i consigli che si trovano in giro lavorano sul sintomo: cambia soggetto, fai una passeggiata, riordina il tavolo. Funzionano per un pomeriggio. Il motivo per cui disegni, invece, regge per anni.

Prima di tutto, il test onesto

Nessuno lo dice mai, quindi lo dico io: smettere di disegnare può essere una scelta legittima. Non tutti quelli che hanno disegnato per un periodo devono continuare per sempre.

Il modo per distinguere le due situazioni è semplice, e sta nel conflitto. La mancanza di voglia temporanea arriva sempre accompagnata: ci pensi, ti manca, ti senti in colpa, guardi i disegni degli altri e senti una fitta. Il desiderio genuino di smettere arriva senza niente di tutto questo. Non ci pensi, non ti manca, non c’è colpa.

Se sei nel primo caso, il resto di questa guida ti riguarda. Se sei nel secondo, hai il permesso di chiudere la cartelletta senza rimorsi: hai imparato a guardare meglio e quella cosa resta tua per sempre, che tu tenga la matita in mano o no.

La motivazione è un effetto, non una causa

Qui sta il rovesciamento che cambia tutto. Aspettare di avere voglia per disegnare è come aspettare di avere fame per imparare a cucinare: la voglia arriva dopo, quando c’è un motivo che la sostiene.

La ricerca psicologica su questo è solida. Richard Ryan ed Edward Deci, dell’Università di Rochester, hanno mostrato nella teoria dell’autodeterminazione che la motivazione si sostiene quando l’attività soddisfa tre bisogni: competenza, autonomia e senso di legame. Se disegni solo per un risultato esterno, appena il risultato tarda, la spinta crolla.

Tradotto sul foglio: se disegni per sentire che stai migliorando, per decidere tu cosa fare, e perché quella cosa ti collega a qualcuno o a qualcosa, la voglia si rigenera da sola. Se disegni per i like, la voglia dipende dai like. E se il problema non è la voglia ma il primo tratto che non parte, allora è il blocco dell’artista.

I tre motivi legittimi per disegnare

Non esiste un solo motivo giusto, e questo è il punto che quasi tutti sbagliano. Ne esistono almeno tre, e sono diversi tra loro, non gerarchici.

Motivo Che cosa cerchi Cosa succede se lo perdi di vista
Stare bene Un’ora di silenzio e concentrazione Ti imponi obiettivi tecnici e diventa un dovere
Migliorare La qualità che ancora non hai Ti accontenti e ti annoi
Comunicare Che il tuo lavoro arrivi a qualcuno Disegni per te e ti senti inutile

La domanda utile non è quale sia il motivo nobile, ma quale sia il tuo, adesso. E può cambiare: chi ha cominciato per rilassarsi può scoprire dopo due anni che vuole la tecnica, e chi ha inseguito la tecnica può scoprire che gli serviva soprattutto la quiete.

Quando il motivo cambia e la pratica no, arriva esattamente la sensazione che ti ha portato qui. Non hai perso la voglia: stai continuando a fare una cosa progettata per un motivo che non hai più.

Motivo genuino e motivo fabbricato

C’è un modo rapido per capire di che tipo è il tuo. Immagina di disegnare qualcosa che nessuno vedrà mai. Nessuna foto, nessun post, nessun commento.

Se l’idea ti lascia comunque soddisfatto, il motivo è genuino e reggerà anche i mesi silenziosi. Se invece hai smesso da anni e vuoi tornare, il percorso è un altro: riprendere a disegnare dopo tanto tempo. Se l’idea ti svuota, il motivo dipende dall’approvazione esterna, ed è per questo che ogni pausa dai social si porta via anche la voglia di disegnare.

Non c’è niente di sbagliato nel voler essere visti. Il problema è costruirci sopra tutta la motivazione, perché quella fonte è fuori dal tuo controllo. La parte che controlli è il piacere del processo, ed è anche la sola che resta nei periodi in cui non succede niente. Su come usarlo davvero, senza obiettivi di risultato, c’è disegnare per rilassarsi.

Mihály Csíkszentmihályi, lo psicologo che ha studiato il flusso, chiama autoteliche le attività che si fanno per sé stesse e che producono lo stato di concentrazione assorbita. Il disegno realistico è uno degli esempi più puri che conosca: ore che passano senza che tu te ne accorga, e il tempo se ne accorge solo quando ti alzi.

Quando è l’occhio che ha superato la mano

C’è un caso specifico che merita una diagnosi diversa, perché non è un problema di motivo ma di fase. Succede a chi ha studiato parecchio negli ultimi mesi.

Il tuo occhio impara a riconoscere gli errori molto più in fretta di quanto la mano impari a evitarli. Il risultato è che i tuoi disegni oggi sono migliori di un anno fa, ma ti sembrano peggiori, perché li stai giudicando con un occhio che nel frattempo si è alzato di livello.

Quella sensazione di non riuscire più a fare niente di buono, in genere, è il segnale che stai migliorando. La prova è che i disegni vecchi, quelli di cui eri fiero, adesso ti sembrano pieni di difetti che allora non vedevi.

L’unica cura è continuare, perché la mano recupera. Nel frattempo aiuta smettere di guardare il lavoro degli altri per un paio di settimane, e concentrarsi su un solo errore alla volta, come racconto in errori comuni nel disegno a matita.

Le tre distrazioni concrete

Le ragioni per non disegnare sono quasi sempre le stesse tre, e nessuna ha a che fare con l’ispirazione.

La prima è il lavoro complicato che si trascina. Un ritratto difficile aperto da settimane diventa un debito, e il debito toglie voglia di sedersi al tavolo. La soluzione è brutale e funziona: mettilo via e comincia qualcosa di piccolo che finisci in un’ora.

La seconda è il piacere immediato. Una serie, un video, mezz’ora di telefono. Non è mancanza di disciplina, è che quelle cose danno una ricompensa in tre secondi mentre il disegno la dà in tre ore. Contro un avversario così, la forza di volontà perde sempre: si vince cambiando l’ordine, cioè disegnando prima.

La terza sono gli impegni domestici, che hanno la curiosa abitudine di apparire proprio quando ti siedi. Qui l’unica difesa che conosco è avere il materiale già pronto e visibile: se devi montare la postazione ogni volta, hai aggiunto un ostacolo che deciderà per te.

Rientrare senza sensi di colpa

Il rientro fallisce quasi sempre per lo stesso motivo: si riparte con il programma di un professionista dopo mesi di niente. Tre ore al giorno, un ritratto complesso, e il secondo giorno è già finita.

  1. Riprendi da dove ti eri fermato, non da zero. Quello che sapevi non è sparito, è solo arrugginito.
  2. Fissa un minimo ridicolo: quindici minuti, tre volte a settimana. Deve essere così poco da sembrarti quasi offensivo.
  3. Aggancia il disegno a qualcosa che fai già ogni giorno, per esempio subito dopo il caffè o subito dopo cena.
  4. Prepara il tavolo in anticipo, con carta e matite già fuori. Il momento in cui si perde è quello del montaggio.
  5. Non fissare obiettivi di risultato per le prime due settimane. L’obiettivo è solo sederti.

Sul tempo che serve perché diventi automatico, esiste un dato utile. Phillippa Lally e colleghi dello University College London hanno seguito per dodici settimane novantasei volontari e hanno misurato una media di sessantasei giorni perché un comportamento diventi automatico, con una variazione enorme tra le persone: da diciotto a duecentocinquantaquattro giorni.

È esattamente il contrario del mito dei ventuno giorni. Se dopo tre settimane ancora ti costa, non sei tu che sei fatto male: sei nella parte normale della curva.

Costanza, alla maniera italiana

C’è una frase che dice questa cosa meglio di qualsiasi manuale moderno, e ha più di seicento anni. Cennino Cennini, nel Libro dell’arte, scrive: continuando ogni dì non manchi disegnar qualche cosa, chè non sarà sì poco che non sia assai.

Non sarà così poco da non essere abbastanza. È la formulazione più antica e più esatta del principio dei quindici minuti, scritta da un pittore che si era formato dodici anni nella bottega di Agnolo Gaddi.

Mi piace ricordarlo perché smonta due cose insieme. Smonta il mito del talento, dato che nessuno passa dodici anni in bottega per una dote innata, e smonta l’idea moderna che la produttività si misuri in ore consecutive. Nella tradizione italiana la parola è un’altra: costanza. Non intensità, non slancio, non ispirazione.

Se hai bisogno di ricordarti perché vale la pena, ho raccolto quello che il disegno fa davvero all’attenzione e allo stato d’animo in disegnare fa bene. E se quello che ti manca non è la voglia ma una direzione tecnica, il punto di partenza è come migliorare nel disegno.

Domande frequenti

Come capisco se ho solo un calo o se voglio davvero smettere?

Guarda se c’è conflitto. Il calo temporaneo arriva sempre accompagnato da pensieri e senso di colpa: ci pensi, ti manca, ti dà fastidio vedere gli altri che disegnano.

La voglia genuina di smettere è silenziosa. Non ci pensi, non ti manca, e quando qualcuno ti chiede se disegni ancora rispondi senza nessuna fitta.

Sono valide entrambe. Se sei nel primo caso, il problema è il motivo o il ritmo, e si risolve. Se sei nel secondo, hai il diritto di lasciare senza doverti giustificare con nessuno, nemmeno con te stesso.

Bisogna disegnare tutti i giorni?

No, e insistere su questo è uno dei modi più efficaci per smettere del tutto. Quello che conta è la regolarità, non la frequenza massima.

Tre sessioni brevi a settimana, tenute per sei mesi, valgono molto più di due settimane di quattro ore al giorno seguite da tre mesi di niente. La costanza costruisce, gli slanci consumano.

Se poi ti capita di disegnare ogni giorno perché ne hai voglia, benissimo. Il problema nasce quando il quotidiano diventa una regola da rispettare, perché il primo giorno saltato si trasforma in senso di fallimento e il secondo in abbandono.

Ho voglia di disegnare ma non so cosa disegnare. Che faccio?

Non è un problema di idee, è un problema di decisione. Scegliere il soggetto è la parte che consuma più energia, e farlo nel momento in cui ti siedi ti costa la sessione.

La soluzione pratica è decidere in anticipo, in un momento diverso. Tieni una cartella con dieci foto di riferimento già selezionate, e quando ti siedi apri e parti senza pensarci.

Se anche così resti bloccato, riduci la scala: non un ritratto, ma un occhio. Non una mano intera, ma un dito con la sua ombra. Un soggetto piccolo elimina la paura di rovinare qualcosa di importante, ed è quasi sempre quella la vera ragione dello stallo.

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