Aggiornato il da Rita Moreira
Due disegni possono partire dalla stessa fotografia e finire in due mondi diversi. In uno riconosci la persona perché tutto è al posto giusto; nell’altro la riconosci ancora meglio, e proprio perché qualcosa è stato spinto oltre.
Qui separo ritratto realistico e caricatura su quattro assi concreti, dico dove passa esattamente il confine tra i due, e faccio ordine tra caricatura, vignetta, satira e fumetto, che in italiano non sono sinonimi. È anche la prima cosa da chiarire se stai per regalare un ritratto e non vuoi sorprese.
Qual è la differenza tra ritratto e caricatura?
La differenza tra ritratto e caricatura sta nell’intenzione, non nella tecnica. Il ritratto realistico cerca la somiglianza fedele; la caricatura accentua in modo comico o satirico i tratti caratteristici della persona, senza però abolire la somiglianza. Partono dalla stessa osservazione e prendono due decisioni opposte.
Una precisazione prima di procedere: qui parliamo di caricatura disegnata. In italiano la parola copre anche l’imitazione vocale e la parodia, che seguono regole loro e non riguardano il foglio.
Vale la pena dirlo subito anche per un’altra ragione: nessuno dei due generi è superiore all’altro. Sono due mestieri con criteri diversi, e molti disegnatori li praticano entrambi passando dall’uno all’altro nella stessa settimana.
La parola te lo dice già
Questa è una di quelle volte in cui l’italiano risolve la questione da solo. Caricatura viene dal verbo caricare: la caricatura è, letteralmente, l’operazione di caricare i tratti.
Il vocabolario Treccani la definisce come un ritratto che, senza abolire la rassomiglianza con la persona, ne accentua in modo ridicolo o satirico i tratti caratteristici. Le tre parole che contano sono tutte lì: ritratto, rassomiglianza, accentua.
Quindi la caricatura non è l’opposto del ritratto. È un ritratto in cui una parte è stata caricata, e il resto tiene proprio perché la somiglianza resiste. Un disegno deformato in cui non riconosci più nessuno non è una caricatura riuscita: è un disegno sbagliato.
Le quattro differenze che contano
Nella pratica, quando ti siedi al tavolo, le decisioni che cambiano sono queste quattro.
Lo scopo
Il ritratto realistico ha un impegno con la fedeltà: rendere questa persona, questa luce, questa pelle. La caricatura ha un impegno con l’effetto: far ridere, colpire, commentare, a volte omaggiare.
La conseguenza pratica è che nel ritratto la domanda a ogni passaggio è somiglia?, mentre nella caricatura è funziona? Sono due criteri di riuscita diversi, e vanno tenuti separati anche mentalmente.
I materiali
Il disegno realistico vive di matita e carta, con carboncino, sfumino e pennello come aiuti. La superficie e la mina decidono metà del risultato, ed è per questo che ne parlo così spesso.
La caricatura, invece, è indifferente al mezzo: matita, china, digitale, fotomontaggio. Molti caricaturisti professionisti lavorano su tavoletta grafica, e il risultato non ne soffre, perché il valore sta nella scelta dei tratti, non nella resa della superficie.
Gli effetti
Nel realismo gli effetti vengono dalla referenza: chiaroscuro, texture, riflesso, sfondo sfumato. La creatività sta nel COME riprodurre, non nel COSA aggiungere. Non puoi inventare una luce che nella foto non c’è e continuare a chiamarlo realismo.
Nella caricatura puoi aggiungere, togliere, montare, cambiare contesto. La libertà è totale, e proprio per questo serve un criterio forte: senza un’idea chiara, la libertà produce solo confusione.
Il linguaggio
Il ritratto realistico è un’immagine e basta: parla per quello che mostra, senza didascalia. Può suggerire uno stato d’animo, ma non dice una frase.
La caricatura, soprattutto quando finisce in una vignetta, è linguaggio editoriale: presuppone un contesto, un fatto, un lettore che sa di cosa si parla. Toglile il contesto e smette di funzionare, mentre un buon ritratto funziona anche fra cento anni.
Questa differenza ha un effetto pratico sulla vita di un disegno. Le caricature politiche degli anni Ottanta oggi vanno spiegate, perché il fatto che commentavano è svanito; i ritratti dello stesso periodo si guardano ancora senza note a piè di pagina.
Il criterio di riuscita
C’è una quinta differenza che deriva dalle prime quattro, ed è quella che cambia il modo in cui ci si esercita. Nel ritratto realistico esiste un giudice esterno e muto: la fotografia. Metti i due lato a lato e il verdetto arriva in due secondi.
Nella caricatura il giudice è chi guarda, e la risposta è un sorriso o niente. È un criterio molto più difficile da usare per allenarsi, perché dipende dal contesto, dall’umore e dalla cultura di chi ha davanti.
Per questo il realismo è una palestra migliore per cominciare: sbagli e vedi dove hai sbagliato. È anche il motivo per cui i progressi, nei primi mesi, si misurano meglio su un ritratto fedele che su una caricatura.
Dove finisce il ritratto e comincia la caricatura
Questa è la domanda che nessuno risponde e che invece è la più utile. Il confine non è nell’espressione del soggetto: è nell’intenzione del disegnatore.
Puoi ritrarre una smorfia, una risata storta, un viso deformato dalla fatica, e restare pienamente nel realismo, perché stai riproducendo quello che la referenza mostra. Il volto è deformato dalla realtà, non da te.
Esci dal realismo nel momento in cui decidi tu di allargare gli occhi, allungare il naso, spostare le proporzioni oltre quello che vedi. Basta una sola forzatura intenzionale, e il disegno cambia genere.
C’è anche una via di mezzo mal riuscita, ed è l’errore più frequente di chi impara: il disegno un po’ esagerato ma non abbastanza, che non è abbastanza fedele da soddisfare e non è abbastanza spinto da comunicare. Resta in mezzo e non convince nessuno. Meglio decidere prima di cominciare da che parte stare.
Come si sceglie il tratto da caricare
Se il confine è l’intenzione, la domanda successiva è pratica: quale tratto carichi? Non se ne caricano tre o quattro, se ne carica uno, al massimo due, e sono quelli che il cervello di chi guarda usa già per riconoscere quella persona.
Il metodo che funziona è di sottrazione, e nasce dalla stessa osservazione che serve al realismo:
- Guarda la foto socchiudendo gli occhi, finché restano solo le masse. Quello che sopravvive alla sfocatura è la struttura identitaria del volto.
- Confronta quel volto con una faccia media: fronte più alta della norma? mento più corto? distanza tra gli occhi maggiore?
- Individua lo scarto più grande rispetto alla media. Quello è il tratto da caricare, e di solito è uno solo.
- Spingilo, e riporta tutto il resto verso la norma invece di esagerarlo anche lui.
- Controlla la somiglianza da lontano: se la persona si riconosce ancora, hai caricato bene; se non si riconosce più, sei andato oltre.
Il punto quattro è quello che quasi tutti sbagliano. L’istinto dice di esagerare tutto, ma l’esagerazione generalizzata annulla se stessa: se tutto è enorme, niente risalta. La caricatura funziona per contrasto tra una zona spinta e un contesto normale.
Ed è esattamente per questo che il ritratto fedele viene prima. Per sapere qual è lo scarto, ti serve una media interiorizzata, e quella media si costruisce disegnando volti veri, uno dopo l’altro, per mesi.
Caricatura, vignetta, satira, fumetto: chi è chi
In italiano queste quattro parole indicano cose diverse, e si sovrappongono continuamente nei discorsi. Vale la pena tenerle distinte.
| Termine | Che cos’è | Chi lo firma |
|---|---|---|
| Caricatura | Una tecnica applicata a una persona | Il caricaturista |
| Vignetta | Un formato editoriale, disegno più breve testo | Il vignettista |
| Satira | Un’intenzione, un genere di critica | Chiunque, anche a parole |
| Fumetto | Una narrazione in sequenza con balloon | Il fumettista |
Il Treccani definisce la vignetta come un disegno, integrato per lo più da un breve testo, che esprime in giornali e riviste una battuta ironica, sarcastica o satirica. Nota che la definizione riguarda il contenitore, non lo stile del disegno.
Una vignetta può contenere una caricatura oppure no; una caricatura può vivere benissimo fuori da qualsiasi vignetta, per esempio come regalo di laurea. In Italia la satira ha poi una storia sua e nomi che tutti riconoscono, da Giorgio Forattini a Sergio Staino, fino al Cipputi di Altan, l’operaio metalmeccanico che commenta l’attualità dal 1979.
Il genere è nato qui
Vale la pena saperlo, perché cambia il modo di guardare la faccenda. La caricatura moderna nasce nell’ambiente artistico bolognese attorno ai Carracci, e la Treccani registra come designazione d’epoca proprio l’espressione ritratti caricati, attribuendola a Guercino e Domenichino. Anche i disegni caricaturali di Bernini sono segnalati come particolarmente notevoli tra quelli del Seicento; la Biblioteca Apostolica Vaticana ne conserva un nucleo, oggetto di una pubblicazione istituzionale del 2015.
Il primo professionista, però, è Pier Leone Ghezzi, romano, 1674-1755. La Treccani lo considera il vero iniziatore moderno del genere, praticato non più episodicamente ma con assiduità professionale, e con disegni destinati a essere venduti.
Le sue caricature cominciano nel 1693 e sono migliaia. Il nucleo più celebre sta in Vaticano, otto volumi che lui stesso chiamò Mondo nuovo, con centotrenta o duecento caricature ciascuno, tutte datate, firmate e annotate: una cronaca disegnata della società del Settecento.
Poi la stampa fa il resto. Nel Settecento la caricatura conquista un pubblico più vasto attraverso i giornali, e da lì nasce la vignetta come la conosciamo. Chi disegna caricature oggi, in Italia, lavora dentro una tradizione lunga quattro secoli.
Val la pena notare da dove venivano quei disegnatori. Carracci, Bernini e Ghezzi erano tutti pittori o scultori di formazione accademica, gente che passava le giornate a studiare proporzioni e anatomia. La caricatura nacque come gioco privato tra chi sapeva già disegnare benissimo, ed è un’altra prova che l’ordine tra le due discipline non è arbitrario.
Quale dei due conviene imparare prima
La risposta condivisa da chi insegna entrambe le cose è netta, e in Italia si sente ripetere spesso: per essere un buon caricaturista bisogna prima essere un buon ritrattista.
Il motivo è tecnico, non gerarchico. Per caricare un tratto devi prima sapere qual è la norma da cui ti stai allontanando: quanto è lungo davvero quel naso, quanto sono distanti davvero quegli occhi. Senza quella misura interiorizzata, l’esagerazione è casuale.
C’è anche una ragione di feedback. Nel realismo hai un giudice oggettivo: confronti con la fotografia e sai subito se hai sbagliato. Nella caricatura il giudizio è soggettivo, e senza un metro di riferimento è difficile capire se stai migliorando.
Se stai costruendo quella base, il percorso passa dal volto realistico, dalla scelta della foto di riferimento e dalla resa della pelle realistica. Il quadro d’insieme è nella mia guida al disegno realistico.
Domande frequenti
Una caricatura deve sempre somigliare alla persona?
Sì, ed è proprio questo che la distingue da un disegno semplicemente deformato. La definizione stessa lo dice: la caricatura accentua i tratti caratteristici senza abolire la somiglianza.
Il meccanismo è quasi paradossale. Caricando il tratto giusto, la persona diventa più riconoscibile di quanto sarebbe in un ritratto fedele, perché quel tratto è ciò che il nostro cervello usa per identificarla.
Quando la somiglianza si perde, la caricatura non ha funzionato. Non serve un pubblico esperto per accorgersene: se chi guarda deve chiedere chi sia, il disegno ha mancato l’obiettivo.
Chi ha inventato la caricatura?
Non c’è un inventore singolo, ma il genere moderno nasce in Italia, nell’ambiente artistico bolognese attorno ai Carracci, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. L’espressione d’epoca era ritratti caricati.
Nel Seicento anche Bernini disegna caricature, e i suoi fogli sono considerati tra i più notevoli del secolo.
Il primo a farne una professione è Pier Leone Ghezzi, a Roma tra Sei e Settecento: migliaia di disegni datati e firmati, pensati per essere venduti. È da lui che il genere passa dallo studio privato al mercato, e poi alla stampa.
Devo saper disegnare un ritratto realistico prima di provare la caricatura?
È la strada più efficiente, anche se non è un obbligo. Per caricare un tratto devi conoscere la misura da cui ti allontani, e quella misura la impari facendo ritratti fedeli.
C’è poi il vantaggio del feedback: nel realismo confronti con la fotografia e capisci subito dove hai sbagliato, mentre nella caricatura il giudizio dipende dall’effetto, che è soggettivo.
Chi insegna entrambe le discipline in Italia lo ripete spesso: prima il ritrattista, poi il caricaturista. Non è una questione di prestigio, è che la seconda cosa poggia sulla prima.
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